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Cosa succede al cervello quando leggiamo una storia? La scienza della “visione” mentale

Leggere narrativa non significa soltanto decodificare parole: studi di neuroimaging mostrano che il cervello costruisce scene, segue obiettivi e simula aspetti delle azioni e degli stati mentali dei personaggi.

Una persona legge un libro seduta in un ambiente domestico
· Ben White benwhitephotography, CC0, via Wikimedia Commons

Apriamo un libro e all’inizio vediamo segni neri su una pagina. Dopo qualche minuto, però, può succedere qualcosa di curioso: non abbiamo più la sensazione di guardare parole. Vediamo una stanza che non esiste, immaginiamo la voce di un personaggio, percepiamo una distanza, anticipiamo un gesto.

Naturalmente nel cervello non compare un piccolo film perfetto. La metafora del “vedere” una storia è utile, ma va trattata con cautela. Le neuroscienze mostrano piuttosto che durante la comprensione narrativa il cervello costruisce modelli della situazione e coinvolge reti usate anche per immaginare scene, comprendere altre persone e rappresentare azioni.

Leggere è molto più che riconoscere lettere

La lettura parte da processi visivi e linguistici: riconoscere forme, parole, sintassi e significato. Ma una storia richiede continuamente qualcosa in più. Dobbiamo ricordare chi è entrato nella stanza, cosa vuole, dove si trova, cosa sa e cosa ancora ignora.

Uno studio pubblicato su Psychological Science ha mostrato con neuroimaging che, mentre le persone leggono storie, diverse aree cerebrali seguono cambiamenti come la posizione del personaggio, gli obiettivi e le interazioni con oggetti. Alcune regioni coinvolte sono simili a quelle utilizzate quando eseguiamo, osserviamo o immaginiamo attività reali.

I ricercatori interpretano questi risultati come sostegno all’idea che comprendiamo una storia simulando aspetti del suo mondo e aggiornando quella simulazione man mano che gli eventi cambiano.

Una scena vivida e la mente di un personaggio non sono la stessa cosa

Altri studi hanno provato a separare tipi diversi di simulazione. Un lavoro pubblicato su Social Cognitive and Affective Neuroscience ha confrontato passaggi più o meno vividi e più o meno sociali.

I passaggi ricchi di scene fisiche hanno coinvolto maggiormente una parte della default network legata alla costruzione di scene e alla memoria. I passaggi centrati su persone, pensieri e stati mentali hanno coinvolto maggiormente un sottosistema associato alla comprensione della mente altrui.

Questo aiuta a spiegare un’esperienza comune: immaginare un bosco descritto in dettaglio e capire perché un personaggio mente sono due operazioni narrative diverse, anche se entrambe ci fanno sentire dentro la storia.

Non tutti “vedono” un libro nello stesso modo

La metafora del film mentale può diventare fuorviante perché le differenze individuali sono grandi. Alcune persone descrivono immagini interne molto vivide; altre hanno immagini deboli o quasi assenti e riescono comunque a comprendere e amare la narrativa.

Uno studio fMRI sulla comprensione della letteratura ha trovato differenze nel modo in cui i partecipanti coinvolgevano reti legate alla mentalizzazione e alla simulazione senso-motoria. Alcuni sembravano entrare maggiormente nella storia attraverso pensieri e intenzioni dei personaggi, altri attraverso eventi e azioni più concrete.

Quindi “vedere” non significa necessariamente produrre una fotografia interna. Può voler dire costruire un modello coerente di persone, luoghi, movimenti e intenzioni.

Perché smettiamo di accorgerci delle parole

Quando la lettura è fluida, gran parte della decodifica diventa automatica. L’attenzione può spostarsi dal segno alla situazione che il segno rappresenta. È simile a ciò che accade durante una conversazione: raramente analizziamo consapevolmente ogni suono pronunciato dall’altra persona; seguiamo il significato.

Nella narrativa questo passaggio può diventare particolarmente forte perché la storia aggiorna continuamente aspettative. Ogni frase risponde a qualcosa e apre una nuova domanda: cosa farà? chi sa la verità? cosa c’è dietro quella porta?

Questa dinamica sostiene ciò che in psicologia viene spesso chiamato trasporto narrativo, la sensazione di essere assorbiti nel mondo della storia.

Il cervello non confonde completamente finzione e realtà

Dire che leggendo “viviamo” gli eventi dei personaggi è una bella immagine, ma non significa che il cervello perda il confine tra fiction e realtà. La simulazione è parziale e distribuita. Comprendiamo un’azione senza necessariamente attivare il cervello nello stesso identico modo in cui la eseguiremmo davvero.

La ricerca invita quindi a evitare formule eccessive come “il cervello non distingue ciò che legge da ciò che vive”. È più corretto dire che la comprensione usa, in parte, sistemi che ci aiutano anche a rappresentare esperienze, azioni, luoghi e menti nel mondo reale.

Le storie sono macchine per costruire mondi incompleti

Uno scrittore non descrive tutto. Può scrivere “entrò nella cucina della casa in cui era cresciuta” senza specificare il colore di ogni parete, la forma di ogni sedia o la posizione esatta delle finestre. Il lettore riempie molti vuoti usando memoria, esperienza e aspettative.

È uno dei motivi per cui due persone possono leggere lo stesso romanzo e immaginare ambienti diversi. Il testo offre vincoli e indizi; il cervello costruisce il resto.

Forse è questo il vero trucco della lettura

La pagina rimane immobile. Non emette suoni, non cambia inquadratura, non mostra davvero un volto. Eppure una sequenza di simboli può farci attraversare una città inesistente o preoccuparci per qualcuno che non è mai vissuto.

Le neuroscienze non tolgono magia a questo processo. Al contrario, mostrano quanto lavoro invisibile avvenga mentre crediamo semplicemente di “leggere”. Dopo poche pagine non smettiamo davvero di vedere le parole: diventiamo così bravi a usarle che la nostra attenzione può andare oltre, verso il mondo che quelle parole ci stanno aiutando a costruire.

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