Narratore e macchina da presa: quali informazioni possono mostrare

Narratore e macchina da presa: quali informazioni possono mostrare
Un narratore può comunicare anche ciò che non è osservabile: pensieri, ricordi, fatti avvenuti altrove o spiegazioni sul passato. La macchina da presa registra immagini da un punto di vista scelto, ma non rivela da sola che cosa una persona pensa o perché agisce. La distinzione, però, non coincide semplicemente con «libro contro film»: un film può aggiungere voce fuori campo, dialoghi, suoni e montaggio, mentre un racconto può limitarsi a descrivere ciò che un personaggio vede.
Che cosa può dire un narratore
Nel testo scritto il narratore seleziona le informazioni e decide come presentarle. Può riferire che un personaggio sorride mentre è preoccupato, spiegare che riconosce una voce senza mostrarne subito il proprietario, oppure riassumere in poche righe eventi durati anni. Può anche dare un nome preciso a una sensazione ambigua. Tutto questo dipende dalla prospettiva narrativa adottata, non dal fatto che la storia sia scritta.
Un narratore che conosce i pensieri di più personaggi può mettere il lettore al corrente di un equivoco prima che i protagonisti lo scoprano. Un racconto costruito intorno a un solo personaggio, invece, può lasciare ignote le intenzioni degli altri. E un narratore in prima persona può sbagliarsi, omettere dettagli o interpretare male ciò che vede: leggere una sua affermazione non significa necessariamente ricevere un fatto certo della storia.
Per capire quali informazioni offre un brano, conviene distinguere tre livelli: ciò che accade, ciò che un personaggio sa e ciò che il narratore dichiara. Se il testo dice «Marco credette che la porta fosse chiusa», comunica una convinzione di Marco, non la condizione della porta. Se dice «la porta era aperta, ma Marco non lo sapeva», dà invece al lettore un’informazione che il personaggio non possiede.
Che cosa mostra la macchina da presa
Un’inquadratura può rendere visibili gesti, espressioni, oggetti, distanze e rapporti nello spazio. Può mostrare un dettaglio che il personaggio non nota, oppure restare vicina a lui e farci scoprire una stanza soltanto quando vi entra. Posizione, durata e ordine delle inquadrature regolano quindi l’accesso dello spettatore ai fatti: la macchina da presa non è un osservatore neutrale che mostra tutto.
Un primo piano su una mano che trema mostra il tremore, non la sua causa certa. Potrebbe trattarsi di paura, freddo o rabbia; l’interpretazione richiede altri elementi della scena. Allo stesso modo, riprendere una persona che guarda fuori campo non mostra automaticamente ciò che sta guardando. Una successiva inquadratura può chiarirlo, suggerire una risposta fuorviante o mantenere il dubbio.
Il film, inoltre, comunica più delle sole immagini riprese. Un rumore fuori campo può far capire che qualcuno si avvicina prima che compaia nell’inquadratura; un dialogo può raccontare un evento passato; una voce fuori campo può riferire un pensiero. Il montaggio può alternare luoghi diversi e far sapere allo spettatore ciò che nessuno dei personaggi conosce. È quindi più preciso chiedersi che cosa mostrino le immagini e che cosa aggiungano suono, parole e successione delle scene.
Come confrontare una scena scritta e una filmata
Prendiamo una situazione semplice: una donna entra in cucina e trova un bicchiere rotto. Il narratore può scrivere che sa già chi l’ha fatto, che ricorda un litigio della sera prima o che interpreta il danno come una minaccia. Un’inquadratura può mostrare il vetro, il suo sguardo e magari una porta socchiusa; quei dettagli suggeriscono ipotesi, ma non dichiarano da soli quale sia corretta. Per trasmettere il ricordo, il film potrebbe usare un dialogo, una voce fuori campo o una scena ambientata nel passato.
Quando analizzi un adattamento o progetti una scena, individua prima l’informazione decisiva e poi il modo in cui arriva al pubblico. È detta esplicitamente, mostrata attraverso un’azione o soltanto suggerita? Il pubblico la riceve prima, insieme o dopo il personaggio? Questa verifica evita di attribuire alla macchina da presa conoscenze che provengono in realtà dal montaggio o dalle parole, e di trattare ogni frase del narratore come una verità indiscutibile.
Non serve rendere visibile ogni informazione presente nella pagina. Un pensiero come «non si fidava di lui» può diventare una scelta osservabile, per esempio nascondere una chiave prima di aprire la porta. In alternativa, il film può lasciare incerta la diffidenza e farla emergere più tardi. La domanda pratica non è se i due mezzi possano comunicare esattamente le stesse cose nello stesso modo, ma quali informazioni siano necessarie in quel momento e quale forma permetta al pubblico di comprenderle.
