Narratore in prima persona: che cosa può sapere degli altri personaggi

Un narratore in prima persona non conosce automaticamente i pensieri degli altri personaggi: può raccontare ciò che vede e sente, ciò che gli viene riferito e ciò che riesce a dedurre. Può anche conoscere fatti avvenuti lontano da lui, ma deve averli appresi in qualche modo. Quando afferma di sapere che cosa prova un altro personaggio, la domanda utile è quindi: lo sa davvero, oppure sta interpretando un comportamento?
Che cosa può conoscere direttamente
La voce narrante in prima persona parte dalla propria esperienza. Può descrivere un dialogo a cui ha assistito, il tono di una risposta, un gesto, una stanza in cui è entrata. Può riferire anche i propri ricordi, le sensazioni e i pensieri che aveva in quel momento. Queste informazioni, però, passano comunque attraverso la sua percezione: notare un sorriso non equivale a conoscere con certezza il motivo per cui qualcuno sorride.
Il narratore può sapere altro se una persona glielo racconta, se legge una lettera o se scopre in seguito un documento. In quel caso è utile distinguere il fatto dalla sua fonte. «Marco mi disse che era partito all'alba» significa che il narratore conosce la dichiarazione di Marco; non dimostra, da solo, che la partenza sia avvenuta proprio a quell'ora. Questa distinzione conta soprattutto nei racconti in cui i personaggi mentono, tacciono o ricordano male.
Come racconta ciò che gli altri pensano o provano
Di solito il narratore ricostruisce gli stati d'animo altrui da indizi osservabili. Se scrive «Anna evitò il mio sguardo e strinse il biglietto fra le dita: mi sembrò preoccupata», il lettore vede sia gli indizi sia l'interpretazione. Anche una frase più netta, come «Anna era preoccupata», può essere la conclusione del narratore, non un accesso diretto alla mente di Anna.
Ci sono casi in cui la conoscenza è più solida: Anna può aver detto «sono preoccupata», oppure il narratore può averne parlato con lei anni dopo. Rimane una differenza tra riferire le parole di un personaggio e garantire che esprimano esattamente ciò che prova. La prima persona rende spesso interessante proprio questo scarto: chi racconta può essere attento e sincero, ma fraintendere comunque gli altri.
Una frase come «Anna pensò che non sarei tornato» non è necessariamente un errore. Può essere una deduzione espressa senza cautele, una notizia appresa più tardi oppure un'affermazione che il testo invita a mettere in dubbio. Per capirlo bisogna guardare al contesto: il narratore spiega come l'ha saputo? Lo racconta mentre gli eventi accadono o dopo aver avuto modo di parlarne con Anna? Il romanzo mostra altrove che le sue supposizioni sono affidabili?
Il momento del racconto cambia ciò che sa
In molte storie l'«io» che narra non coincide, per conoscenze, con l'«io» che vive gli eventi. Una persona può raccontare oggi un episodio dell'adolescenza e aggiungere ciò che ha scoperto soltanto anni dopo: «Allora credevo che mio padre fosse arrabbiato; più tardi seppi che aveva ricevuto una cattiva notizia». Il narratore non legge la mente del padre nel passato: confronta la propria impressione di allora con un'informazione acquisita successivamente.
Altre storie restano invece molto vicine al momento dell'azione. Se il racconto segue minuto per minuto ciò che il protagonista percepisce, le notizie su eventi fuori scena hanno bisogno di un tramite riconoscibile: una telefonata, una testimonianza, una scoperta successiva. Non esiste una regola per cui il narratore debba ripetere ogni volta «mi fu detto che»; basta che il modo in cui ottiene le informazioni resti comprensibile e coerente con la storia.
Come leggere una prima persona apparentemente onnisciente
Quando un narratore sembra conoscere tutto di tutti, conviene separare tre livelli: ciò che ha osservato, ciò che ha appreso da altri e ciò che suppone. Formule come «capii», «immaginai» o «avrei scoperto» aiutano a riconoscerli, ma anche le affermazioni prive di queste formule vanno lette alla luce del personaggio che parla. La sicurezza della voce non è sempre una prova della sua accuratezza.
Se il testo attribuisce ripetutamente pensieri precisi a persone con cui il narratore non ha avuto alcun contatto, le possibilità sono diverse. La storia potrebbe chiarire più avanti da dove arrivano quelle informazioni; potrebbe presentare una voce che inventa o si illude di sapere; oppure potrebbe scegliere una convenzione narrativa meno rigorosa. Non occorre decidere subito che si tratti di un'incoerenza. Chiedersi «come fa a saperlo?» permette di capire meglio sia i limiti della voce narrante sia il modo in cui il racconto vuole farci giudicare gli altri personaggi.
